Il successo del sistema competitivo del nostro Paese è stato fondato da sempre sull’alta qualità delle sue produzioni (in particolare quelle della manifattura e dei mestieri a vocazione artigianale) e dei suoi servizi (si pensi, ad
esempio, ai servizi che è in grado di offrire il settore del turismo italiano, prima “industria” nazionale). Una qualità che è frutto di un saper fare manuale che è andato sempre più migliorando grazie alla capacità delle nostre imprese
di combinare l’innovazione con conoscenze e saperi antichi.
Il Paese della manifattura artigiana, però, è al tempo stesso anche il Paese dei paradossi. Alcuni dati per dare valore a questa considerazione:
– nel 2009, in Italia, il fabbisogno occupazionale delle aziende artigiane è stato stimato in circa 140 mila unità, ma quasi la metà di questo fabbisogno è rimasto insoddisfatto a causa della mancanza delle professioni;
– nel 2010, in Italia, la domanda delle imprese della manifattura artigiana è stata di circa 236 mila diplomati tecnici e professionali, a fronte di un’offerta pari a 125.712 giovani: circa 110mila posti di lavoro, quindi, non hanno trovato altrettanti occupati disponibili – o capaci – a ricoprirli. Quando li hanno trovati, invece, ciò è accaduto con grande dispendio di tempo e risorse.
Questi pochi dati sono sufficienti a dimostrare una caratteristica incontrovertibile del mercato del lavoro italiano: crisi o non crisi, uno dei problemi principali del nostro Paese resta la difficoltà incontrata nel far combaciare i tanti posti di lavoro disponibili in settori strategici del suo sistema competitivo con l’entità dei suoi disoccupati.

Per scaricare la scheda clicca qui